Lacandona

corpo e anima della scrittura Il luogo:

Foresta Lacandona in Chiapas

L’azione:

Erano fermi in branco, sotto una tettoia di lamiera. Pioveva, l’acqua scendeva in grossi rivoli neri.
“Moriamo”, dissero i cani nel loro linguaggio. Alzarono i musi, mossero appena le zampe. I primi, i più vicini, le tenevano sollevate dondolandole con indifferenza. “Guardaci”, dissero di nuovo e con il solo oscillare delle teste mossero la pioggia come una tenda. Un lampo illuminò prima il cielo, poi la tettoia e la paglia. Nascosti dal fieno, qualche spiga posata sulle palpebre, distesi e immobili c’erano altri cani.
“Avvicinati”, disse il più giovane, apparentemente il più sano con le robuste zampette incrociate per terra.
Io andavo verso quella lingua sconosciuta che improvvisamente capivo. Attraversavo stagni con sciami di oche selvatiche, camminavo fra l’erba. Era la stagione delle piogge, vedevo uomini tagliare gli alberi della foresta, superavo gli steccati di filo spinato, mi inseguiva lo scatto delle forbici intorno ai cespugli.
Arrivai davanti ad una tettoia di lamiera, riconobbi il cane che aveva parlato per ultimo, con stanchezza, perché da allora erano passati anni.
“Entra”, disse il cane. Non era sano come sembrava, aveva un lungo taglio sulla testa, dritto e rosa in mezzo al pelo rossiccio, aveva le zampe intatte ma la coda spezzata, piegata come un guanto dietro il corpo.
“Seppelliscici”, chiese, poi si distese su un fianco.
Amavo i cani. In quella terra che avevo appena cominciato a calpestare li tenevo vicini sotto la cattedra di quella specie di scuola in lamiera, il seme della foresta, dicevano gli indios, o di guardia dietro alla porta.
E una sera dove le mie certezze stavano diventando briciole, li avevo ascoltati abbaiare a lungo fuori dalla finestra, innocenti e veri. Adesso anche loro erano usciti dal mondo, forse infilando una porta per sbaglio, forse pensando di seguirmi in una passeggiata ma lì, davanti a quella tettoia, in quel tempo diverso e slittante con qualcos’altro al posto del cuore non potevo più amarli, non potevo toccarli. Fu questo. Fu sufficiente pensarlo guardando i corpi gonfi dei cani morti, distogliendo gli occhi da quelli feriti. Bastò l’incertezza.
Non sarei entrato nel regno dei cieli, nemmeno in quello Maya. Avrei ruotato a lungo, ciecamente, fra le cose del mondo. Finché la miseria che mi spingeva come un vento non si fosse placata. Fuori tuonava, le pastiglie sul comodino da prendere, rumori in cucina, un caffè fumava: ero ritornato nel tempo reale.

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